Parte dall’Abruzzo la mutazione genetica del Pd


Una leggerissima inversione di tendenza. Si deve accontentare di questo il Partito democratico all’indomani delle elezioni in Abruzzo. Ma di questi tempi il risultato di Giovanni Legnini e della sua coalizione appare quasi una manna dal cielo, soprattutto se confrontato con il tracollo del Movimento Cinquestelle e se ad esso si aggiunge la vittoria alle suppletive di Cagliari di tre settimane fa.

Secondo i primi flussi elettorali analizzati dall’Istituto Cattaneo, il centrosinistra rispetto alle politiche dello scorso anno ha arrestato la fuoriuscita di consensi in direzione M5S. Anzi, una quota seppur piccola di quegli elettori che nel 2018 si è spostata dal Pd ai grillini è persino tornata indietro. Non necessariamente a sostenere il partito del Nazareno, che anzi è costretto a registrare l’ennesimo calo di 40mila voti in meno di un anno (-2,7%), ma quantomeno a schierarsi con Legnini, che raccoglie 12mila preferenze in più rispetto alla coalizione, o anche con una delle liste civiche che lo hanno sostenuto.

La distribuzione dei consensi sotto simboli diversi non è stata certo un caso. Anzi, è l’effetto voluto di una campagna impostata tutta sulla figura autorevole e ben radicata del candidato presidente e sulla capacità di aggregare movimenti e personalità di area (e anche oltre) che non si riconoscono sotto i tradizionali simboli di partito. “Non ho mai voluto nascondere il Pd – spiega lo stesso Legnini – ho voluto dire una verità: il Pd da solo non basta per tornare ad essere competitivi. È un dato oggettivo. È comunque necessario immaginare una coalizione che vada ben oltre il Partito democratico”.

È in questo senso che si può parlare di un “modello Abruzzo”, che rappresenta una vera e propria mutazione genetica del Pd, che abbandona la vocazione maggioritaria (ormai ritenuta inadeguata ai tempi anche dal suo stesso autore, Walter Veltroni) per ritornare alla vocazione coalizionale. Un tema che entra prepotentemente nello scontro congressuale in corso.

Perché l’idea di un Pd che rinunci al proprio ruolo di monopolista dei consensi del centrosinistra, per sobbarcarsi invece quello di organizzatore, di perno della coalizione, con il rischio di fare gran parte del lavoro sporco per poi vedere altre liste alleate raccoglierne i frutti, non mette d’accordo tutti. Anche perché, se a livello locale quasi ovunque proliferano movimenti civici da aggregare, ripetere questa operazione sul piano nazionale – come potrebbe essere in occasione delle prossime europee – potrebbe significare semplicemente andare a bussare alla porta dei fuoriusciti di Mdp, o di pochi altri, con uno sbilanciamento a sinistra che fa storcere il naso a qualcuno.

Così Maurizio Martina plaude a “un nuovo centrosinistra aperto al civismo”, mentre dalle sue fila fanno notare che le liste minori più orientate a sinistra racimolano solo le briciole. Insomma, bene allargare ma non sia solo, né principalmente in quella direzione. Il mix invocato da Graziano Delrio è “l’unità delle forze del centrosinistra e la sua apertura ai soggetti che agiscono sui territori”.

Una tetragona difesa della vocazione maggioritaria viene dal fronte vicino a Roberto Giachetti, che loda comunque l’impegno di Legnini in una campagna complicata. “Comunque, il dato elettorale – spiega Ivan Scalfarotto – ci dice che abbiamo perso l’Abruzzo e che il Pd non esce dalla sua crisi cercando alleanze con pezzi di ceto politico fuori di sé, ma lo fa solo se rafforza la propria proposta politica in modo da parlare a quanti più elettori possibile”.

Non è un caso che il più convinto a cavalcare il risultato abruzzese sia stato invece Nicola Zingaretti. “La strada è lunga, ma è quella giusta: ricostruire un nuovo centrosinistra inclusivo”, ha scritto il Governatore del Lazio sulla sua pagina Facebook, che spinge per “allargare e costruire un nuovo centrosinistra che con maggiore empatia rispetto al Paese si riproponga come un’alternativa”. Anche in vista delle prossime elezioni amministrative di primavera, essere riusciti a invertire il flusso di elettori dal Pd al M5S è visto dal Governatore laziale come un dato che fa ben sperare: un nuovo bipolarismo centrodestra-centrosinistra potrebbe infatti vedere stavolta gli elettori cinquestelle privilegiare non più automaticamente il candidato opposto al Pd, come successo quasi ovunque finora, ma magari orientarsi in modo diverso.

Nel suo complicato ruolo di segretario in pectore, Zingaretti ha anche lanciato un appello alle forze del centrosinistra in Basilicata, dove la partita delle regionali si giocherà il 24 marzo, troppo presto per aspettare il passaggio delle primarie prima di intervenire per scongiurare una frammentazione deleteria: “Divisi non è una soluzione”, ha affermato il Governatore laziale. Da sinistra è giunto l’apprezzamento di Roberto Speranza e di Piero Lacorazza, il dem che si è autosospeso per tentare la corsa solitaria alla presidenza, sostenuto da Mdp e dagli stessi zingarettiani. Mentre il Governatore uscente Marcello Pittella, al centro di un’inchiesta giudiziaria ancora in corso, al momento tace e la giornalista Carmen Lasorella, partita in anticipo rispetto agli altri con una propria lista civica, invita gli altri due a fare un passo indietro per “garantire le condizioni necessarie per una competizione corretta dove si offra all’elettorato un’alternativa credibile e forte rispetto alle ambizioni delle destre e dei pentastellati”.

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Author: Rudy Francesco Calvo