L'ultima lettera di una 15enne anoressica: “Non ce la faccio più a combattere. Ci ho provato, la malattia ha vinto”


Pippa McManus, “Pip” per gli amici, aveva 15 anni. Soffriva di anoressia, una malattia contro cui combatteva e a cui cercava di resistere, con grande sforzo. Ma alla fine ha ceduto e nel dicembre del 2015 si è gettata sotto un treno, nei pressi della stazione di Gatley, in Inghilterra. In questi giorni, è in corso un processo per chiarire le circostanze che hanno portato alla morte della ragazzina, sono comparse delle lettere d’addio che Pippa ha scritto poco prima di morire, indirizzate alla famiglia, al suo dottore, al cane e alla clinica psichiatrica dove era in cura.

In una di queste, Pippa ha scritto: “Io voglio crescere e avere una vita, ma, al momento, una vita non ce l’ho. Non posso sconfiggere l’anoressia, perché ha già vinto”. In quel periodo la stabilità mentale di Pippa cominciava già a vacillare, parlava di morte e dell’idea di togliersi la vita. Ed è per questo che venne accolta nella clinica psichiatrica del Priory Hospital, dove è rimasta fino a quattro giorni prima di suicidarsi. Durante la sua permanenza in clinica, è stata sottoposta a un controllo serrato, le visite a casa sempre più rare, per poi essere definitivamente abolite per ben sei mesi. Il rischio di lasciarla sola era troppo alto.

Solo nell’agosto del 2015 Pippa ha ricominciato a visitare casa sua e, nonostante l’ossessione che aveva per gli esercizi fisici e la dieta, riusciva a mantenere un peso stabile. Il quattro dicembre ritorna a casa. Ma cinque giorni dopo si suicida. Poco prima aveva avuto una discussione con i familiari, che l’avevano rimproverata per la sua ossessione per la palestra, dove andava tutti i giorni. Uscendo di casa avrebbe urlato ai genitori “Ora basta, mi uccido”.

Andrew Bridgman, medico legale, ha dichiarato alla giuria che si dovrebbero considerare i rischi corsi dall’adolescente dopo le dimissioni dall’ospedale e se queste siano state correttamente gestite. I genitori di Pippa, James e Marie, avevano espresso riserve, ma sapevano di essere “lasciati senza scelta”, così hanno concordato con i medici del Priory per il ritorno a casa della figlia.

La dottoressa Janet Walsh, del Priory Hospital, aveva espresso anche lei dei dubbi sul rilascio di Pippa: “Correva ancora dei rischi – ha affermato la dottoressa – non sapeva ancora gestire una corretta alimentazione. Non eravamo ancora riusciti a portarla a un livello di autogestione sufficiente per lasciarla andare a casa, tanto che ero preoccupata che potesse tornare in ospedale da un momento all’altro”. Ma, allo stesso tempo, la dottoressa ha ammesso che “il lungo tempo passato in ospedale poteva avere gravi conseguenze sulla sua salute mentale”.

La mamma di Pippa, Marie, dopo la morte della figlia, ha fondato un istituto, la Pip Foundation for ABC Anorexia & Bulimia Care: “Pip ha passato i suoi ultimi tre anni a combattere contro l’anoressia, la malnutrizione, la depressione e l’autolesionismo. Non voglio che la vita e la sofferenza di mia figlia siano state vane. Ogni volta che poteva, cercava di aiutare quelli che soffrivano come lei, che versavano nelle sue stesse condizioni. Spero di continuare il suo buon lavoro con la fondazione”.

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Author: Renato Paone