Leopardi, Marcuse e lʼelogio della fragilità


Ho già raccontato come si sia andata affermando, negli ultimi decenni di canone artistico occidentale, un’egemonia estetica attigua al dominio della tecnica globale, che abolisce il dato umano nella storia e il soggetto lirico nella poesia.

Elogio della fragilità (Mimesis, 2016) è un libro recente di Roberto Gramiccia, critico dʼarte, medico e saggista militante, in cui si affronta, in una forma ibrida di commento autobiografico animato da costanti digressioni di filosofia della storia, il tema della post-umanizzazione della civiltà europea e occidentale.

Questa sorta di cronistoria familiare della crisi umanistica nella postmodernità trova il suo incipit nel solco delle due discipline abitate dallʼautore: la medicina e lʼarte. Per Roberto Gramiccia, infatti: “Al di là degli aspetti tecnici che le connotano, sia la medicina che l’arte tendono a occuparsi del tutto. Per questo sono parenti strette. Per questo, fino a pochi anni fa, i trattati di storia della medicina si denominavano “di storia dell’arte sanitaria”. Ignoro se negli estensori di quei trattati ci fosse la mia stessa convinzione sulla parentela stretta fra i due universi. Ma sicuramente in nomen omen, nel nome c’è sempre un presagio, un significato nascosto”.

Tanto la medicina che lʼarte sono difatti ambiti ontologicamente incompatibili con il principio di dequalificazione sistematica delle sotto-merci proprio del capitalismo estremo dei nostri anni, integralmente fondato su un modello di profitto impersonale, al di là del bene e del male e sconnesso da ogni idea possibile di comunità.

La segmentazione disciplinare del sistema globale in regioni o aree ultra-specialistiche di produzione o interesse, tipica della fase storica recente, determina inoltre in entrambe le sfere la perdita definitiva di una visione integrale di progetto o di fine “umano”.

Come in medicina la visione olistica del paziente inteso come universo complesso, composto da interconnessioni psichiche e biologiche indivisibili e inedite, è sostituita da una logica meccanizzata di riproduzione seriale di cure specialistiche connesse al ciclo industriale, anche in arte le funzioni di mercato hanno determinato, dallʼalto della grande produzione di eventi estetici al basso delle estetiche diffuse nelle periferie del paesaggio artistico, un’egemonia di gusto fondata su una sorta di abolizione coatta della “fragilità” e del dialogo umano. Lʼartista post-umano produce standard estetici inerenti il settore specialistico di pertinenza così come il medico, da essere umano in dialogo con una “singolare fragilità”, si robotizza nelle funzioni automatiche di competenza. In entrambi i casi assistiamo a un processo di rottamazione della dimensione umana come complessità e alla rimozione, su vasta scala, del tema della “fragilità”.

Questo elemento, che è il tema cardine del libro, si ramifica in diverse riflessioni che esondano dai perimetri disciplinari e vanno a costituire il corso centrale dell’opera. Nel capitolo “Fine delle narrazioni” Gramiccia ci ricorda come il tema della “fragilità” sia elemento fondativo della condizione postmoderna sin dallʼanalisi di Lyotard del 1979. La sua scomparsa apparente da ogni ambito della società, dal leaderismo politico alle strategie virali di comunicazione fino alle auto-rappresentazioni spontanee del social network dove ovunque si millanta una cinica sicumera, sembrerebbe dunque agire nei paradigmi della rimozione inconscia in cui ogni eccesso rivela il suo contrario.

La percezione diffusa dell’impossibilità di un cambiamento (il “There is no alternative” del trentennio liberista), la sfiducia endemica in ogni forma di processo collettivo, la mancanza di un futuro che dilaga nell’assenza del presente e nell’oblio di ogni passato, incarnando in una e trina precarietà generazionale il dogma metafisico della “fine della storia”, sono solo alcune tra le più riconoscibili “cicatrici interiori” dell’epoca. Ciò che resta degli abbagli defunti è questo labirinto di solitudine di massa animato da passioni tragiche o mortifere. Non è un caso se il solo immaginario di “cambiamento” prodotto dalla nostra epoca è stato quello dellʼapocalisse, dalle cause inintellegibili, magistralmente esposto nel film Melancholia da Lars von Trier.

Con la liquidazione del Novecento è tornato l’Ottocento, il più spietato sfruttamento di masse di poveri, in Italia assistiti dal sistema famiglia, altrove da sistemi sociali finalizzati alla tenuta a riposo di mano d’opera intercambiabile. Questo è il postmoderno e nulla più, il trionfo del capitalismo, la dequalificazione totale di ogni attività e la spersonalizzazione su vasta scala dell’essere umano. Ci troviamo dunque a lottare per ripristinare i diritti elementari del secolo passato quando avremmo dovuto invece già intraprendere il passaggio che conduce dalla nozione di diritto del lavoratore a quella di diritto dell’uomo libero che è costretto a lavorare. Ma anche il pronunciare solamente queste parole pare una follia.

Perché, allora, un elogio della fragilità? Questo è il punto. Perché è proprio il dato della sua rimozione, dalla storia e dalla coscienza, a farsi cifra di una sconfitta individuale e collettiva permanente. Se le fragilità che abitano il mondo non sono più in grado di costituirsi in classe, in nuovo popolo insorgente in grado di difendersi dall’assedio della storia, è proprio a causa di questa indisponibilità di ciascuna solitudine, di ciascuna “fragile singolarità” (invertendo i termini della definizione che abbiamo prima dato alla figura del malato), ad ammettere di essere tale.

Potremmo tornare a Marcuse quando ne L’uomo a una dimensione (1967) invitava allʼunità eretica delle solitudini sociali e esistenziali, lungo il “sostrato dei reietti e degli stranieri, degli sfruttati e dei perseguitati di altre razze e di altri colori, dei disoccupati e degli inabili”. Era lo stesso sogno, a ben pensarci, cantato da Giacomo Leopardi nel 1836: la confederazione delle solitudini del poemetto La ginestra (o Il fiore del deserto).

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Affianco la lettura di questo saggio ad altri tre titoli di nuovo pensiero critico e umanistico italiano che hanno fornito alcuni dei concetti qui liberamente usati: Manifesto per la Sinistra e l’umanesimo sociale di Simone Oggionni e Paolo Ercolani (Mimesis, 2015), Per la critica del presente di Mario Tronti (Ediesse, 2013) e L’eresia di Pasolini di Gianni D’Elia (Effigie, 2005).

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Author: Davide Nota