Le parole sprezzanti di Bussetti sugli insegnanti del Sud non riflettono il vero divario del nostro paese


Le parole sprezzanti del ministro della Pubblica Istruzione Marco Bussetti, che invita gli insegnanti del Sud a lavorare di più, non sono solo uno scivolone mediatico o un riflesso condizionato della troppa retorica antimeridionale delle gite a Pontida. Riflettono la mancata percezione di quanto sta accadendo negli ultimi anni nel nostro Paese, dove si stanno ampliando drammaticamente, dopo una lunga e ininterrotta fase di riduzione, i divari di scolarizzazione all’interno della nostra società. La scuola ha visto indebolirsi, soprattutto dopo la lunga e pesante crisi in atto dal 2008, la sua capacità di fare equità, di ridurre i divari nelle opportunità dei ragazzi che vengono da famiglie meno abbienti e scolarizzate. L’impoverimento delle famiglie in conseguenza della crisi e la riduzione dei fondi per effetto delle politiche di risanamento pubblico hanno allontanato il nostro Paese dai livelli europei e fatto crescere nelle aree più deboli – non solo nel Mezzogiorno ma anche nelle grandi periferie urbane del Nord – il tasso di abbandono scolastico.

Il Ministro dell’Istruzione dovrebbe sapere che l’Italia è l’unico tra i principali paesi europei ad essere sensibilmente distante dal target Europa 2020 sull’istruzione terziaria: nel 2017 solo il 26,9% dei 25-34enni aveva conseguito un titolo di studio terziario, a ben 13 punti percentuali dal 40% previsto e dalla media dell’Unione europea (39%), e con Grecia, Spagna, Francia e Regno Unito già al di sopra del target (42,5%, 42,6%, 44,3% e 47,3% rispettivamente). Ugualmente dovrebbe essere una sua preoccupazione quotidiana, da non fargli prendere sonno, pensare che circa 600 mila giovani, tra i 18 e i 25 anni, di cui 300 mila nel Mezzogiorno, pur avendo al massimo la licenza media, sono fuori dal sistema di istruzione e formazione professionale. Vuol dire che circa il 14% dei ragazzi italiani, con punte di oltre il 20% in regioni come la Calabria e la Sicilia, per effetto del mancato investimento formativo rischiano di essere esclusi dai processi di modernizzazione di questo Paese.

Ciò che dovrebbe far riflettere il Ministro è il fatto drammatico che la scuola non sembri più in grado di colmare pienamente le lacune di chi proviene da situazioni più svantaggiate. È sotto quest’ottica che dovrebbe riflettere con maggiore attenzione su cosa si nasconda sotto la lettura del divario Nord-Sud che si sta di nuovo ampliando sia nei dati sull’offerta scolastica sia nelle competenze degli studenti.

Basta guardare i numeri dei servizi per l’infanzia per i bambini da 0 a 2 anni, dove è lampante la forbice tra il 5% del Mezzogiorno e il 17-18% del Centro-Nord, che incide significativamente sul tasso di occupazione femminile. E che dire del tempo pieno nelle scuole primarie, dove vi sono ancora oggi livelli, in alcune regioni meridionali, variabili tra meno del 10% di studenti cui viene offerta una frequenza a tempo pieno in Sicilia e oltre il 45%, perfino superiore al 50%, in media in alcune regioni del Centro-Nord? Questi dati, se messi a confronto, portano a una conclusione sconcertante: la differenza dell’orario settimanale fra Nord e Sud, moltiplicata per tutti e 5 gli anni scolastici, mette in evidenza come gli alunni delle regioni centrali e settentrionali studino di fatto un anno in più rispetto a quelli meridionali.

Pur in assenza di un’anagrafe sulla qualità delle infrastrutture scolastiche, che il Ministero dell’istruzione dovrebbe da molti anni realizzare, le indagini di Legambiente fanno emergere, con riferimento ad una pluralità di indicatori, che anche le condizioni generali degli edifici scolastici sono significativamente peggiori nel Mezzogiorno.

Per cui, mi permetto di consigliare al ministro Bussetti di lasciar perdere polemiche inutili e sbagliate, oltre che fuorvianti, e di prender atto dell’indebolimento di uno dei più importanti diritti di cittadinanza. Non certo per colpa del suo Governo. E, con l’occasione, di fare del recupero dei divari di scolarizzazione una priorità dell’attuale governo. Sul sito della scuola dei miei figli c’è una frase di Erri De Luca che dice: “la scuola dava peso a chi non ne aveva, faceva uguaglianza, non aboliva la miseria però tra le sue mura permetteva il pari, il dispari cominciava fuori”. Credo che questo sia un monito per far sì che il dispari non possa mai entrare nelle scuole, ma anzi le scuole tornino ad essere il luogo in cui si creino le condizioni per un paese più uguale e più forte. Per fare questo serve rafforzare le risorse pubbliche proprio laddove si è più indietro. Il Ministro Bussetti, se vuol essere Ministro dell’intero Paese, vigili attentamente sul processo di autonomia differenziata promosso dalle Regioni del Nord che rischia, in particolare nel comparto scolastico, di dividere il Paese e di ampliare ulteriormente il divario tra Nord e Sud. Le famiglie conoscono le storie di centinaia di insegnanti che quotidianamente con il loro impegno straordinario nelle scuole delle aree interne o delle grandi periferie urbane del Mezzogiorno combattono l’abbandono scolastico e le carenze del nostro sistema formativo. A loro non servono consigli o sproni a lavorare di più ma debbono sentire che lo Stato è concretamente al loro fianco.

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Author: Luca Bianchi