La cavalcata bolivariana di Bergoglio, prima che “tutto sprofondi”


Pope Francis poses with Venezuela's President Nicolas Maduro during a meeting at the Vatican June 17, 2013.   REUTERS/Andreas Solaro/Pool      (VATICAN - Tags: RELIGION POLITICS)

Da zoccolo duro a tallone d’Achille di Bergoglio. Da retroterra strategico a frontiera critica del pontificato. Da rampa di lancio a piedistallo instabile, perennemente sul punto di cedere.

La metamorfosi dell’America Latina, dal 2013 a oggi, è andata di pari passo con il quinquennio di Francesco al soglio.

Dopo un debutto di millennio tonico e smagliante, coronato dalla conquista del papato e di una istituzione internazionale come la Chiesa, il subcontinente è tornato allo squilibrio cronico del Novecento, sul bivio amletico tra rivoluzioni e riforme, mancate entrambe. Dal gigante Brasile, sconvolto da impeachment e incriminazioni seriali dei suoi presidenti, alle piccole ma irrequiete repubbliche dell’istmo, assimilabili a una miccia che corre minatoria e migratoria sino al muro del Rio Grande.

Un cratere geopolitico che si allarga e propaga nell’Orbe il suo moto tellurico. Grido di allarme che raggiunge l’Urbe e muove il Pontefice argentino, in veste di nuovo Bolivar, a involarsi verso il Caribe, prima che sia troppo tardi e “tutto sprofondi”, come recita il testo degli Inti Illimani, nel celebre motivo dedicato al Libertador: “Antes que todo se hunda, vamos de nuevo Simón“.

Non si spiegherebbe altrimenti la cavalcata bolivariana che in quattro mesi, tra settembre (Colombia) e gennaio (Perù e Cile), lo condurrà due volte di seguito lungo la cordigliera e la costa del Pacifico, dalla giungla tropicale di Puerto Maldonado al deserto australe di Atacama.

Volando sulla rotta dei condor, il Papa osserverà paesaggi che mostrano con orgoglio, dall’alto, un tratto e una storia unitari. Mentre a terra rivelano e trasmettono un senso di scollamento drammatico, all’interno delle società e fra i singoli stati.

Una lacerazione che Bergoglio ha vissuto e avvertito in prima persona in questo agosto romano, calibrando gli interventi sulla crisi venezuelana e preparando i discorsi della trasferta colombiana che lo attende a breve, a metà tra missione diplomatica e viaggio apostolico.

Destino analogo a ben guardare a quello di Bolivar: diviso e conteso anche lui tra i due paesi, rivali ed emuli, che furono il principale teatro delle sue gesta e oggi si passano l’un l’altro il testimone della guerra civile. Da un conflitto cinquantennale ma circoscritto e sterilizzato, che si chiude finalmente in Colombia dopo mezzo secolo, a uno che si apre in coincidenza perfetta e tempo reale in Venezuela, con potenzialità però e velleità di straripare dall’alveo e invadere all’orizzonte le aree limitrofe. In una regione del pianeta dove, al netto dei progressi registrati ultimamente, permangono divaricazioni latenti e contraddizioni stridenti.

Del resto fu lo stesso Libertador a convertirsi provvisoriamente alla dittatura, ritenendo che indipendenza e democrazia in versione andina necessitassero di una fase preliminare, istruttoria e autoritaria, per scendere e sedimentare nelle coscienze.

Alibi che a distanza di duecento anni viene ancora utilizzato dai caudillos alla stregua di Nicolás Maduro, per imporre al propri popoli una cura ricostituente o “costituente” che dir si voglia.

Se Jorge Bergoglio non fosse uscito da quest’impasse e ambiguità d’impronta creola, sconfessando la svolta golpista di Caracas, la mission di settembre a Bogotá ne avrebbe risentito in negativo, adombrando nell’opinione pubblica un sospetto di due pesi e due misure.

Il governo liberale colombiano del Presidente Nobel per la Pace Juan Manuel Santos, che spronato dal Pontefice ha sottoscritto uno storico accordo con i capi guerriglieri delle FARC e pur di chiudere le ostilità si dichiara disposto a consentirne l’ingresso in politica, non potrebbe comprendere, alle porte di casa, il neutralismo e attendismo del Papa nei confronti del regime venezuelano, che al contrario brutalizza e reprime le opposizioni.

La concomitanza di eventi ha inesorabilmente collegato gli scenari e obbligato Bergoglio a sciogliere un nodo strutturale, continentale, che si colloca e stringe ben oltre la congiuntura locale. Così l’Orinoco, il grande fiume che attraversa e separa le due nazioni, secondo per ampiezza solo al Rio delle Amazzoni, è diventato un Rubicone.

La nota della Segreteria di Stato in difesa del parlamento e della costituzione, respinta quale ingerenza straniera da Maduro, funge da spartiacque nelle politiche sudamericane di Francesco. Da un lato avvicina il Vaticano ai modelli “classici” della cilena Michelle Bachelet, socialdemocratica e atea, e del peruviano Pedro Pablo Kuczynski, religioso e conservatore, prossimi destinatari delle sue visite. Dall’altro lo allontana dai sedicenti e recenti “alleati”, sperimentali e spericolati, Raúl Castro e Evo Morales.

Soprattutto sancisce la “scomunica” del chavismo, che Francesco in cuor suo, fin qui, aveva sempre distinto dal materialismo marxiano, riconoscendone la fascinazione spiritualista e l’ascendente cristiano, come pure l’effetto di trascinamento virtuoso: esportando unitamente al petrolio energie solidali e venendo assorbito nel resto del continente in dosi omeopatiche, per scongiurarne il contagio. Una contaminazione che all’inizio del millennio ha propiziato l’ascesa di leadership riformiste, controverse ma innovative: dall’Argentina dei Kirchner al Brasile di Lula, dall’Ecuador dell’economista eretico Rafael Correa – lo Tsipras delle Ande – all’Uruguay del comandante tupamaro, pauperista e profetico, Pepe Mujica.

Un richiamo che il Papa oggi è costretto a disattendere, proclamando che Pentecoste caraibica e biblica non coincidono.

Sebbene di piumaggio bianco e giallo, il “pajarito chiquitico” dunque non batte bandiera vaticana. L’uccellino cinguettante, “reincarnazione” di Hugo Chávez, che Maduro sostiene di scorgere accanto a sé nei momenti difficili, per dare voce allo spirito – e alimentare la leggenda – del predecessore, non vanta discendenze ornitologiche, né ideologiche, dalla colomba dei Vangeli. Diversità che genera un corto circuito politico – diplomatico, nel comunicato in cui la Santa Sede stigmatizza e destabilizza il già fragile “uomo forte” di Caracas, delegittimandolo e allineandosi all’anatema della comunità internazionale. Una tantum a fianco di Donald Trump, condomino e competitor nel cortile delle Americhe, zona di frizione tra due cristianesimi: egalitario del Sud e identitario del Nord.

Le argomentazioni della Segreteria di Stato, insieme alle pressioni dei vescovi venezuelani e alle aspettative dei cittadini colombiani, hanno convinto Francesco a optare per il rito garantista della democrazia formale, in luogo del mito chavista della democrazia sostanziale, quando questo si discosta dal sentire della gente.

“Razon, razon del pueblo profunda, antes che todo se hunda…”

Partito dai confini del mondo per sanare le ferite e fratture dell’umanità, l’ospedale da campo di Bergoglio torna dunque alla base, alle prese con il male oscuro che travaglia l’America Latina. Una scoperta che nessun esploratore, conquistador e libertador ha finora portato a termine, trovando la via per risalire alle sorgenti: vale a dire alle ragioni profonde che informano e plasmano lo spirito di un popolo. Senza le quali non nasce una nazione. E tanto meno si costruisce una Costituzione.

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Author: Piero Schiavazzi