Israele-Giordania-Gerusalemme: la diplomazia in salita dell'inviato di Trump


L’allarme è scattato anche ad Amman. Ed è allarme rosso, dopo il sanguinoso attacco alla sede diplomatica d’Israele nella capitale del Regno hashemita (due morti, tra cui l’attentatore morti, entrambi giordani, e un israeliano ferito gravemente). Dopo una riunione di emergenza presso il ministero degli esteri a Gerusalemme, il governo israeliano aveva deciso di evacuare immediatamente tutto il personale dell’ambasciata, nel timore di rappresaglie che avrebbero potuto portare a disordini e tentativi di attaccare la sede diplomatica. Tuttavia le autorità giordane hanno impedito alla guardia di sicurezza coinvolta nell’incidente di lasciare il paese. Israele al momento rifiuta di consentire il fermo, sostenendo che la guardia ha l’immunità diplomatica in base alla Convenzione di Vienna. Il braccio di ferro sulla possibile inchiesta ha fatto ritardare l’evacuazione dell’intero team diplomatico israeliano ad Amman.

L’attacco all’ambasciata israeliana ha alzato i sensori dei servizi di sicurezza del regno hashemita già alle prese con le possibili infiltrazioni dalla Siria tra gli oltre 600mila profughi che la Giordania ospita con sempre maggiori difficoltà. I rapporti tra Israele e Giordania sono ispirati dal trattato di pace firmato nel 1994, ma la tensione è cresciuta negli ultimi giorni, dopo le misure di sicurezza prese da Israele a Gerusalemme Est. Alla Giordania è affidata la custodia dei luoghi santi a Gerusalemme. Venerdì migliaia di giordani, convocati dai movimenti islamisti e dai partiti di sinistra, erano scese in strada ad Amman, al termine delle preghiere, in segno di protesta per le misure prese alla Spianata delle Moschee. L’Intifada al-Aqsa preoccupa re Abdullah II: il giovane sovrano sa che in un Paese dove la maggioranza della popolazione (compresa sua moglie, la regina Rania) è palestinese, l’eco della rivolta che scuote la Città Santa e la Cisgiordania può infiammare anche gli animi della popolazione giordana e divenire terreno fertile per una campagna di reclutamento da parte delle organizzazioni jihadiste che si muovono nell’area.

In Giordania, i circa due milioni di rifugiati palestinesi sono una forza politica e sociale di primo piano negli equilibri politici del Paese. Dal 2008, però, parte di quegli stessi rifugiati che, almeno dal Settembre Nero (1970) avevano fatto di tutto per integrarsi nel Paese e non inserirsi nel confronto locale tra monarchia e Fratelli musulmani, hanno cominciato ad essere oggetto di propaganda jihadista. Il primo caso conclamato risale al 2008, quando un giovane palestinese del campo di Baqaa, il più grande di tutta la Giordania, uccise quattro libanesi ad Amman prima di suicidarsi. Dopo l’attacco fu compiuta una retata che portò alla luce una rete jihadista di ispirazione salafita facente capo ad un commando di dodici membri, tutti di origini palestinesi. Il campo di Irbid, a nord della capitale Amman ed al confine con la Siria, sembra oggi essere la base logistica per jihadisti palestinesi che puntano ad entrare in azione in Israele, Libano, Iraq o Siria.

Il rischio, confidano a Huffpost fonti diplomatiche occidentali di stanza ad Amman, è che al-Qaeda e l’Isis usino la rivolta palestinese come strumento di propaganda indicando nel sovrano hashemita un “complice dei sionisti”. Il rischio, dunque, è quello della saldatura di due fronti. Lungo l’intera fascia meridionale della Siria – dunque tra i governatorati di Quneitra, Deraa, Suwayda e la parte sud di Damasco – da tempo la Giordania, con il sostegno di Usa e Regno Unito, arma e garantisce supporto logistico ai gruppi di ribelli moderati e tribù locali al fine di impedire possibili avanzate dello Stato Islamico. Di recente, gli episodi di tensione non sono mancati. Il 10 aprile milizie ribelli del New Syrian Army, sostenute da forze speciali americani, britanniche e giordane, hanno respinto un attacco dei jihadisti contro una loro base nell’area di Tanf all’incrocio dei confini tra Siria, Giordania e Iraq. L’11 maggio Amman ha annunciato che la sua aviazione ha abbattuto un drone, la cui provenienza non è stata identificata, vicino al confine con la Siria. Il 15 maggio due autobombe sono esplose nel campo profughi siriano di Rukban, vicino al confine giordano, uccidendo almeno sei civili. Il campo di Rukban contiene a stento quasi 100.000 profughi e più volte in questi anni la Giordania ha denunciato l’infiltrazione di jihadisti al suo interno. Amman sta rafforzando le misure di sicurezza lungo i suoi 224 chilometri di confine con la Siria, nel timore che un numero crescente di miliziani jihadisti sia spinto verso il sud del Paese dalle sconfitte dell’Isis a Mosul e a Raqqa, mettendo in pericolo la sicurezza del Regno hashemita. Gli Usa hanno fornito alla Giordania sistemi basati su tecnologie sofisticate per controllare la frontiera al fine di impedire ingressi illegali sul suo territorio. Anche ai profughi provenienti dal territorio siriano non è più permesso di attraversare il confine, lungo il quale le autorità di Amman hanno contribuito ad allestire campi di accoglienza per gli sfollati. Ma i rifugiati alloggiati in questi campi lamentano la carenza di servizi essenziali, generi alimentari e acqua.

“La Giordania rifiuta l’accesso sul suo territorio ai rifugiati, mentre siamo fatti oggetto di minacce da parte dell’Isis e altri gruppi e la comunità internazionale rimane a guardare” dice all’Ansa Abu Mohanad, un attivista addetto al campo profughi nella località di Rakban. Secondo un esperto militare, Fares Kreishan, vi sono segnali che, a seguito delle sconfitte in Iraq e nel nord della Siria, l’Isis potrebbe spostare una parte dei suoi miliziani in particolare nella valle di Al Yarmuk, nei pressi del confine giordano-israeliano.

Per spegnere il fuoco della rivolta palestinese, entrano in azione gli Usa. L’emissario personale di Donald Trump per il Medio Oriente, Jason Greenblatt, è giunto oggi in Israele per monitorare la situazione sul controllo alla Spianata delle Moschee. Il compito di Greenblatt sarà quello di “appoggiare gli sforzi per ridurre la tensione nella regione” hanno detto fonti della Casa Bianca. “Il presidente Trump e la sua amministrazione stanno seguendo da vicino gli eventi in corso nella regione». Gli Stati Uniti — affermano le stesse fonti — “condannano fermamente la recente violenza terroristica. Siamo impegnati con le parti interessate a trovare una soluzione ai problemi di sicurezza in corso”. Ma la missione di Greenblatt è un percorso in salita, irto di ostacoli: Il presidente palestinese Mahmoud Abbas, , che aveva già sospeso i rapporti con le autorità israeliane, ha annunciato ieri di aver congelato anche la cooperazione sulla sicurezza. Si tratta di una decisione senza precedenti, mai presa da Abbas in oltre un decennio alla guida dell’Autorità Nazionale Palestinese: interrompe quei contatti che negli ultimi anni sono stati fondamentali per prevenire molti attentati.

“Non si tratta solo di tornare alla situazione precedente il 14 luglio – dice all’Hp Nabil Abu Rudeina, portavoce del presidente palestinese – ma di porre fine alla colonizzazione israeliana a Gerusalemme Est”. Sono trascorsi tre mesi dalla prima visita di Trump da presidente degli Usa in Israele e nei Territori palestinesi. Non appena sbarcato dall’Air Force One, Trump aveva recapitato subito il suo messaggio: ci sono nuove speranze di pace in Medio Oriente. E Netanyahu gli aveva risposto che quella pace, Israele “la vuole”. E Trump aveva ribadito – segnando un nuovo netto cambio di passo con Barack Obama – che gli Usa, insieme a Israele , “non permetteranno mai all’Iran di avere un’arma nucleare”. “Raggiungere la pace non sarà facile ma con la determinazione ad un compromesso e la fiducia, la pace è possibile. Israeliani e palestinesi possono trovare un accordo”: è l’appello che Trump aveva lanciato da Betlemme incontrando il presidente dell’Anp, Mahmoud Abbas. Ad incoraggiarlo – aveva aggiunto in quell’occasione – “è stato il vertice molto storico in Arabia Saudita e l’impegno di re Salman, che è una persona molto saggia”. Secondo Trump “un accordo tra israeliani e palestinesi porterebbe ad un processo di pace nell’intero Medio Oriente. “La pace è una scelta che dobbiamo fare ogni giorno e l’America è qui per rendere questo sogno possibile per i giovani ebrei, musulmani e cristiani”. Ma è proprio su Gerusalemme, il suo status, che la quadratura appare impossibile. In campagna elettorale, l’allora candidato Repubblicano aveva promesso che, se fosse entrato alla Casa Bianca, avrebbe deciso lo spostamento dell’ambasciata americana da Tel Aviv alla “capitale unica e indivisibile” dello Stato ebraico, salvo poi, l’1 giugno, firmare un provvedimento che rinvia lo spostamento dell’ambasciata americana a Gerusalemme Trump quindi per ora non mantiene la promessa che aveva fatto in campagna elettorale e resta nel solco della politica americana degli ultimi cinquant’anni. Prima di lui anche George W. Bush aveva promesso di spostare la legazione ma poi non lo aveva fatto durante la sua presidenza.

Per i falchi israeliani si è trattato di un “grave arretramento”, non recuperato dalla visita di Trump, primo presidente degli Stati Unitiin carica a farlo, al Muro del Pianto. Per i palestinesi un palliativo. Chi, nei due campi, prova a far professione di fede (politica), ricorda che Greenblatt, poca esperienza ma grande tenacia, non ha mai fatto mistero di essere a favore di una soluzione definitiva basata sull’esistenza di due Stati, Israele e Palestina. Quanto a Gerusalemme, c’è chi ricorda che, nel corso della sua prima missione in Israele, l’inviato personale di The Donald, si è fermato allo Yeshivat HaKotel, da dove ha twittato un’immagine del Muro del Pianto e del Monte del Tempio, o Spianata delle Moschee. Cinque minuti dopo ha visitato la casa di un palestinese e postato una foto dei luoghi santi da un’altra angolatura: “Pace e coesistenza in questa città straordinaria non solo sono possibili ma già esistono e sono esistiti per secoli”. Se gli riesce di fermare l'”Intifada al-Aqsa”, avrà compiuto un “miracolo” diplomatico.

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Author: Umberto De Giovannangeli