Israele e Palestina, cancelli chiusi per i due Stati


Cancelli chiusi per i due Stati“. Così titola “Haaretz”, il quotidiano progressista israeliano. Più che una previsione, è una constatazione. Una dolorosa ma inevitabile presa d’atto che coinvolge anche i settori più avanzati e aperti al dialogo della società israeliana. Una riflessione che, pochi giorni fa, avevano connotato l’intervista esclusiva concessa da Abraham Yehoshua all’HuffPost.

“Da democratico – argomentava lo scrittore israeliano – non possono rinunciare al principio che tutti i cittadini devono essere eguali di fronte alla Legge, senza distinzione per appartenenza etnica o religiosa. Come progressista, guardo con preoccupazione al peggioramento delle condizioni di vita dei palestinesi e credo che in questo momento è importante la prosa più che la poesia, e ciò significa che riconoscere agli abitanti della Cisgiordania diritti sociali di primaria importanza, quali sono, ad esempio, il diritto alla sanità e alla pensione, sia un tratto fondamentale, perché tangibile, di ciò che può volere dire uno Stato binazionale. Prendere atto della realtà non vuole dire subirla ma neanche cancellarla in nome di una idea, quella dei due Stati, divenuta ormai impraticabile”.

Da qui occorre partire per ridefinire una prospettiva che non è solo diplomatica ma identitaria, culturale, sentimentale nel senso che tocca corde che vanno ben oltre la sfera della ragione, partono dal cuore prima che dalla mente. “The gates are closing on the Two-state Solution“, titola Haaretz. E a chiuderli è stato, ultimo in ordine di tempo, il presidente dell’Autorità nazionale palestinese, Mahmoud Abbas (Abu Mazen).

E lo ha fatto da una tribuna solenne: quella dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Per la priva volta, Abu Mazen fa esplicito riferimento all’idea dello Stato binazionale: “Noi ci batteremo – scandisce – perché vi siano eguali diritti per tutti gli abitanti della storica Palestina”. Ridurre queste parole a una dichiarazione di resa sarebbe sbagliato oltre che ingeneroso. Così come liquidarle come un espediente tattico, per provare a mettere in difficoltà l’avversario. Lo Stato binazionale può davvero diventare il nuovo terreno d’incontro tra le forze che nei due cambi prendono atto della realtà senza però subirla o considerarla immodificabile.

È questo lo spirito che anima Yehoshua quando, sempre nell’intervista ad HP, annota:

“Prenderne atto non significa, però, accettare lo status quo e dimenticare la condizione di oppressione nella quale vivono i palestinesi. D’altro canto il fatto che tutti, da Netanyahu ad Abu Mazen, continuano a far riferimento a “due Stati”, significa che c’è qualcosa che non va, che non funziona. Significa che “due popoli, due Stati” è diventato un mantra che viene ripetuto per mettersi a posto la coscienza, specie in Europa, e chiudere gli occhi di fronte a una realtà che questa prospettiva nega.

Oggi il gap per quanto riguarda le condizioni di vita tra Israeliani e Palestinesi è cresciuto enormemente, la forbice si è allargata. Personalmente non me la sento di considerare questo, il peggioramento delle condizioni di vita dei Palestinesi, come un fatto secondario, irrilevante rispetto ai grandi disegni politici. Sarò diventato un vecchio pragmatico, ma non un cinico che se ne frega di come vivano centinaia di migliaia di palestinesi a poche decine di chilometri dalla mia città (Haifa, ndr). Da democratico, penso che ogni cittadino debba essere uguale di fronte alla Legge e godere degli stessi diritti sociali e civili. E questo può avvenire solo in uno Stato binazionale. Non dico che questa sia la soluzione ideale, né che debba essere quella definitiva: proviamoci, vediamo se può funzionare, cambiamo il presente, in meglio, e non strologhiamo su un futuro indefinito”.

“È importante ricordare che il movimento nazionale palestinese ha iniziato ad avallare l’idea di una soluzione a due stati, intesa come un compromesso pratico, solo 20 o 30 anni fa. Avendo compreso che Israele non sarebbe svanito, i moderati decisero che la loro maggiore speranza di ottenere uno stato era crearne uno accanto ad Israele, non uno che lo sostituisse. Eppure, i 15 anni di negoziati che sono seguiti hanno prodotto ben pochi risultati; e così non è una sorpresa che la fiducia in questa soluzione “pragmatica” sia in declino. L’assenza di progresso, insieme all’inequivocabile realtà espansionistica sul terreno ed alla crescente popolarità di Hamas, ha lasciato ben poco spazio a chiunque aspiri ad un futuro positivo per la Palestina. A meno che non si voglia riesumare la vecchia idea di uno stato binazionale, laico e democratico, in cui ebrei ed arabi possano vivere fianco a fianco in uguaglianza”.

Così scriveva Sari Nusseibeh, già rettore dell’Università Al-Quds di Gerusalemme Est, tra i più autorevoli e indipendenti intellettuali palestinesi, in un articolo su “Newsweek” (tradotto da Arabnews) il 20 settembre 2008.

“Per alcuni, come gli intellettuali e gli attivisti che compongono il “Palestine Strategy Group” (che ha recentemente sollevato questo caso sui giornali arabi) – proseguiva il professor Nusseibeh – parlare dello scenario ad un solo stato ha lo scopo di mettere in guardia Israele sui pericoli posti dalle sue politiche espansionistiche. Questo gruppo preferirebbe ancora che emergesse una soluzione a due stati. Altri, ad ogni modo, stanno tornando alla visione dello Stato unitario, adottata inizialmente da Fatah (il principale movimento nazionalista palestinese) verso la fine degli anni ’60. Il primo gruppo crede che parlare di uno stato unitario potrebbe inculcare un po’ di buon senso nelle teste dei leader israeliani. Il secondo invece preferisce questa soluzione perché creerebbe un governo che essi potrebbero alla fine controllare in quanto maggioranza demografica…”.

D’allora sono passati 9 anni. E oggi, lo Stato binazionale trova sostenitori anche tra coloro che per almeno un ventennio hanno negoziato, inutilmente, la soluzione a due Stati. Tra costoro c’è Saeb Erekat, storico negoziatore capo palestinese, oggi segretario del Comitato esecutivo dell’Olp:

“Uno Stato binazionale – rimarca Erekat sempre all’HuffPost – è quello nel quale vige il dettato “una testa, un voto. Uno Stato secolare e democratico, con pari diritti per tutti, cristiani, musulmani, ebrei. Israele è disposto a compiere questo percorso? L’alternativa non può essere mantenere in eterno l’attuale status quo. Perché ciò significa perpetuare l’instaurazione del regime di apartheid che vige in Cisgiordania. Oggi quasi 6 milioni di palestinesi vivono sotto il controllo israeliano in tutta la Palestina storica, mentre altri 6 milioni di palestinesi vivono nella diaspora. Dodici milioni di persone non possono essere trattate come una massa di profughi, sono un popolo, con una propria identità, che rivendica il diritto ad uno Stato. Se non si vuole instaurare uno Stato palestinese sui territori occupati nel ’67, allora l’unica alternativa all’apartheid è uno Stato democratico, binazionale”.

Il dibattito è aperto ed è molto più vivace dello stanco ripetere del mantra “due popoli, due Stati”. Ecco la riflessione di Gideon Levy, firma di punta di “Haaretz”, “bestia nera” della destra oltranzista ebraica:

“Se gli israeliani veramente vogliono mantenere gli insediamenti che hanno costruito, e vogliono rimanere nella Valle del Giordano, sui crinali della colline, a Gush Etzion a Maale Adumim, a Gerusalemme Est per arrivare a Beit El – lasciateli fare così, ma poi non ci possono essere due Stati. Se non ci sono due Stati, c’è un solo Stato. Se c’è un solo Stato, allora il discorso deve cambiare: diritti uguali per tutti. I problemi sono molti e complicati – ammette Levy – e di conseguenza lo sono anche le soluzioni: divisione in distretti, federazione, governo in comune o separato. Ma non ci sarà alcun cambiamento demografico qui – perché lo Stato è stato a lungo binazionale – ma solo un cambiamento democratico e consapevole. E allora si porrà la questione in tutta la sua forza: perché è così terribile vivere in uno Stato egualitario? In realtà tutte le altre possibilità sono molto più terribili”.

Gli fa eco lo storico israeliano Ilan Pappé in una intervista a Il Manifesto:

“Molti dicono che lo Stato unico è solo una ipo­tesi acca­de­mica, l’argomento di un con­fronto tra pochi intel­let­tuali e atti­vi­sti della causa pale­sti­nese, scol­le­gato da una realtà che vede soprat­tutto gli israe­liani esclu­dere cate­go­ri­ca­mente que­sta pos­si­bi­lità. Ricor­dano anche che ci sono espo­nenti poli­tici israe­liani che defi­ni­scono lo Stato unico un’idea di nemici dello Stato ebraico più peri­co­losa della bomba ato­mica ira­niana. Ma le cose non stanno così. Certo, chi porta avanti que­sta solu­zione del con­flitto non può affer­mare di rap­pre­sen­tare qual­cuno. Ma il punto è un altro. Occorre par­larne, andare con­tro cor­rente, con­tro il flusso delle poli­ti­che che stanno creando l’apartheid in que­sta terra. E sul lungo periodo, di fronte alla gra­vità della situa­zione e al qua­dro demo­gra­fico di israe­liani e pale­sti­nesi, lo Stato unico non potrà che con­qui­stare con­sensi crescenti…”.

Il fronte si allarga. Sostiene Jeff Halper, antropologo e saggista, già direttore dell’Israeli Committee Against House Demolitions (Icahd) e cofondatore di The People Yes! Network:

La soluzione a due Stati è andata, ma uno Stato c’è; non si può andare da nessuna parte in Palestina senza attraversare un checkpoint israeliano; c’è una sola valuta, lo shekel, in tutto il Paese, che tu ti trovi a Gaza, in Israele o in Cisgiordania. C’è un’unica rete idrica, un’unica rete elettrica, una rete autostradale, un esercito, un governo effettivo, voglio dire: c’è già un unico stato qui. Ciò che dobbiamo fare a sinistra è essere intelligenti, cioè dire: “Va bene, Israele, hai vinto. Hai eliminato la soluzione dei due stati. Non puoi biasimare gli arabi per questo, perché sei tu che hai creato un solo stato. Lo accettiamo: non accettiamo però che sia uno stato di apartheid. E dunque c’è una sola via d’uscita equa, cioè concedere pari diritti a tutti i cittadini del paese. Una democrazia”. I palestinesi non hanno problemi con la soluzione a uno stato. La questione è se sarà uno stato binazionale o semplicemente uno Stato dove tutti votano. Io dico che dovrà essere uno Stato binazionale…”.

Uno Stato democratico binazionale. Senza memoria, non c’è futuro, avvertiva il premio Nobel per la pace, recentemente scomparso, Elie Wiesel. E allora va ricordato che già nel periodo tra le due guerre, un piccolo ma importante gruppo di pensatori ebrei (da Martin Buber a Hannah Arendt) si batteva per uno Stato binazionale, e oggi ad abbracciare questa visione non sono solo intellettuali orientati a sinistra ma anche il Capo dello Stato d’Israele, Reuven Rivlin, esponente della destra liberale all’interno del Likud, il partito del primo ministro Benjamin Netanyahu. La discussione è aperta. A chiudersi sono “i cancelli dei due Stati”.

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Author: Umberto De Giovannangeli